Architettura sacra nello Stretto di Messina: il monachesimo greco e il patrocinio normanno

Antonino Tranchina, Ph.D.

Nel trentennio in cui fu condotta la conquista normanna della Sicilia (1061–1091), lo Stretto di Messina assunse il valore di fulcro della nuova Contea, prima dello spostamento del baricentro politico nella Sicilia occidentale. Su iniziativa del Gran Conte Ruggero (1071–1101), della reggente Adelasia e di Ruggero II (1105–1154), i monasteri greci dell'area furono cooptati nel sistema di controllo politico e gestione economica del territorio. Un ulteriore incremento del cenobitismo ellenofono si deve proprio all'erede della Contea, poi re di Sicilia, che avrebbe creato l'eccezionale istituto dell'Archimandra (1133), facente capo al monastero del Salvatore de lingua, sul braccio del porto di Messina, per sovrintendere ad una riforma confederativa del monachesimo greco.

L'architettura 'basiliana' – così detta dall'ordine religioso che, in seno alla Chiesa Romana, cumulò l'eredità monastica del Mezzogiorno bizantino – è stata indagata quale categoria peculiare dell'edilizia ecclesiastica di età normanna. Nell'analizzarne le rilevanti testimonianze monumentali in Calabria e in Sicilia, la critica si è a lungo dibattuta sul primato dell'una o dell'altra area nella genesi dei caratteri comuni. Il dibattito esemplifica le questioni più comuni nella critica del Novecento: l'elaborazione delle cronologie, la critica delle fonti, l'analisi dei sistemi produttivi, la valutazione delle diverse interferenze culturali. Al margine rimangono, però, fondamentali interrogativi sulla dimensione 'integrata' dell'architettura: il portato culturale delle opzioni materiali, l'integrazione delle fabbriche nel paesaggio, la risposta a specifiche esigenze di funzione e rappresentazione. D'altra parte, il progresso degli studi storici sul cenobitismo greco di età normanna permette ora di precisare meglio le dinamiche del suo radicamento socio-territoriale e, d'altra parte, i metodi e gli strumenti delle ambizioni politiche di cui fu allora caricato l'istituto monastico.

Lo scopo del progetto è di indagare i cantieri architettonici del monachesimo greco sullo Stretto, proprio sullo sfondo delle relazioni tra paesaggio, territorio, elites religiose e politiche. In questo senso, il focus sul XII secolo e sull'area dello Stretto è più che una semplice campionatura: nei decenni cruciali per l'ascesa della signoria comitale al crisma della regalità, il coinvolgimento dei potentati monastici si riflette nel rapido mutamento dell'edilizia ecclesiastica e nella creazione di nuove soluzioni architettoniche e decorative. Lo studio comprende le costruzioni superstiti e quelle perdute, i cui caratteri sono rintracciabili attraverso la documentazione scritta o le campagne di scavo. Entro una tale estensione, la ricerca intende esplorare come la pianificazione e la realizzazione dell'edificio sacro risponda alle istanze di rimodellamento dell'ideale monastico e sostanzi la presenza della comunità cenobitica nel contesto visivo e sociale. Il problema tipologico, finora dominante in prospettiva storico-architettonica, sarà integrato con l'analisi dei caratteri di contestualità/demarcazione del dispositivo architettonico, ma anche della sua "attivazione" attraverso gli apparati di finitura (estetica, decorativa) e le pratiche di semantizzazione rituale.

Pubblicazioni (Selezione)

  • "Phialai in marmo per la famiglia monastica rossano-messinese", Porphyra, International academic journal in Byzantine Studies (2016). pp. 62–89.
  • ""Et era una delle segnalate memorie di Sicilia". Ipotesi sull'antico monastero del Salvatore presso Messina", in Corso d'opera 1, Ricerche dei dottorandi in Storia dell'Arte della Sapienza, a cura di Michele Nicolaci, Matteo Piccioni e Lorenzo Riccardi, Rom 2015, pp. 39–45.
  • "The Depiction of Lingua Phari and the Church of Holy Savior in the Brukenthal Collection's Crucifixion by Antonello da Messina", Brukenthal Acta Mvsei, XI.2 (2016), pp. 189–201.
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