Offerta di lavoro dal 26 ottobre 2026
Workshop
Februrary 10, 2027
Rome, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History, Rome
In che modo un’identità nazionale prende corpo in architetture e immagini là dove lo Stato non esercita sovranità, ma soltanto soft power? E che cosa ne resta quando il regime che le ha volute crolla? Queste domande non riguardano il solo contesto italiano: ritornano ovunque uno Stato abbia costruito per comunità che non amministrava e ogni volta che una cesura politica ha reso quegli edifici impossibili da rivendicare o difficili da rimuovere. Il workshop le affronta a partire dalle Case d’Italia e dalle istituzioni sorte intorno ad esse nei luoghi di emigrazione e mette alla prova due ipotesi di lavoro.
Se l’italianità non fu codificata in patria e poi applicata, ma prodotta nella negoziazione fra il centro, le committenze e le maestranze locali e le collettività che finanziavano gli edifici e ne facevano un uso proprio, resta da stabilire quanta parte del repertorio – tipi edilizi, linguaggi, programmi iconografici – sia nata altrove, e per iniziativa di chi. La stessa distanza che attenuava le direttive avrebbe allora aperto incarichi e carriere altrimenti inaccessibili, specialmente alle donne.
E se, a partire dalla seconda guerra mondiale, è sopravvissuto soprattutto quanto si lasciava reinterpretare, ciò che è stato di quegli edifici può essere letto come la misura della loro ambiguità iniziale e del modo in cui le comunità italiane all’estero, e le società che le ospitavano, si sono confrontate con il passato fascista.
Le architetture che il fascismo promosse tra le due guerre per le collettività emigrate avevano molteplici ambizioni. Dovevano offrire assistenza, socialità e un senso di appartenenza, ma anche proiettare nei paesi ospitanti l’immagine di una nazione moderna e autorevole. Le Case d’Italia, assieme alle scuole, alle colonie estive, alle sedi dei consolati e dei Fasci, ai circoli del dopolavoro e agli istituti di cultura, formavano una rete transnazionale: una rilevazione del 1937 contava 216 Case d’Italia attive in tutto il mondo. La Direzione Generale degli Italiani all’Estero (DGIE), guidata da Piero Parini, vi perseguiva quella che egli stesso chiamava «italianità integrale», cioè la saldatura tra appartenenza nazionale e adesione al regime (Pretelli 2008; Cavarocchi 2010); nel suo disegno la cultura doveva divenire «uno strumento operoso di espansione politica».
La giornata di studi si propone di esaminare le architetture, le opere e le immagini chiamate a rappresentare l’italianità fuori dai confini nazionali, le relazioni che esse stabilirono con il tessuto urbano e con le comunità cui erano destinate, e le vite che hanno avuto dopo il fascismo. Fondamentali sono i contesti cosiddetti periferici – comunità emigrate, regioni di confine, territori contesi – in cui l’Italia doveva farsi riconoscere senza potersi imporre. Nei paesi ospitanti, in assenza di sovranità italiana, architetture pubbliche, monumenti e apparati figurativi si misuravano con piani regolatori, normative, maestranze e sensibilità politiche locali, diversamente da quanto accadeva in patria o nelle colonie (Fuller 2007). Queste realizzazioni oscillavano, così, tra l’affermazione di un linguaggio riconoscibilmente italiano – declinato tra romanità, razionalismo e mediterraneità – e il dialogo con le tradizioni costruttive del luogo.
La genesi di ogni progetto dipendeva da una trama di attori – la Direzione a Roma, i consoli e i segretari dei Fasci, i comitati di emigrati e i loro benefattori, i progettisti e le imprese locali – i cui rapporti, spesso conflittuali, potevano fare di ciascun edificio l’esito di una negoziazione più che l’applicazione di una direttiva. Quella negoziazione coinvolgeva anche le collettività, che non furono destinatarie passive: abitarono, reinterpretarono o respinsero gli spazi loro assegnati (Franzina, Sanfilippo 2003), mentre nelle società ospitanti, e tra gli antifascisti in esilio, la presenza delle istituzioni italiane suscitava adesione, diffidenza o aperta opposizione.
Alla vita di quegli edifici concorrevano i Fasci femminili, le maestre, le artiste e le decoratrici, cui il regime affidava un ruolo decisivo nell’insegnamento della lingua, nell’educazione e nella trasmissione dei modelli familiari e nazionali. La distanza dalla madrepatria poteva, del resto, allentare le norme di genere vigenti in Italia e aprire margini di autonomia professionale altrimenti preclusi: un meccanismo che gli studi sulle colonie hanno cominciato a mettere a fuoco (Barrera 2002) e che merita di essere verificato anche nei contesti dell’emigrazione. Restituire la densità di queste dinamiche – istituzionali, sociali e di genere – e le forme di soft power che vi sono implicate richiede un approccio pluridisciplinare, che intrecci la storia dell’architettura e dell’arte con la storia politica e delle migrazioni, gli studi di genere e i cultural e visual studies.
La guerra e la caduta del regime ridefinirono equilibri, funzioni e significati. Sequestrati, venduti, demoliti, dimenticati o riconvertiti, gli edifici hanno avuto traiettorie divergenti. Destino non dissimile hanno conosciuto le epigrafi, gli emblemi e i programmi decorativi che essi recavano: alcuni cancellati, altri risemantizzati, altri ancora sopravvissuti nell’indifferenza. Ne deriva un «patrimonio difficile» (Macdonald 2009; Malone 2017; Belmonte 2023), la cui gestione coinvolge istituzioni e comunità, chiamando in causa pratiche di tutela, valorizzazione e comunicazione. Attorno a quel patrimonio l’arte e la cultura contemporanee elaborano nuove narrazioni, che interrogano il rapporto delle giovani generazioni con l’eredità visiva del regime e con l’idea stessa di italianità.
La storiografia si è concentrata soprattutto sulle architetture effimere delle esposizioni e sulla produzione architettonica nelle colonie, mentre le istituzioni italiane all’estero sono state indagate per lo più attraverso casi di studio isolati (Pane 2012; Gatani 2016; Corrêa Dutra 2022; Gallicchio 2023). Il workshop intende metterle a confronto e, a questo fine, accoglie contributi sulle Case d’Italia e sulle istituzioni ad esse collegate ma anche su monumenti, mostre, opere, stampa, immagini e pratiche che abbiano concorso alla costruzione e alla rappresentazione dell’italianità, dagli anni del regime a oggi.
Saranno privilegiate le proposte che muovono da casi concreti – un edificio, un programma decorativo, una campagna di stampa, una vicenda di riuso – e se ne servono per costruire un’argomentazione più ampia, di metodo o di confronto, e quelle fondate su fonti di prima mano: archivi, stampa d’epoca, materiali visivi, testimonianze orali. L’obiettivo è giungere a una prima lettura d’insieme di questa rete, da cui muovere per una pubblicazione collettiva.
Gli assi tematici che seguono – indicativi e non esclusivi – articolano i principali ambiti del workshop.
- Italianità e diplomazia culturale. Quali usi politici del concetto di italianità orientarono l’azione della DGIE e del Ministero degli Affari Esteri, e come si tradussero nelle denominazioni, nei programmi e nelle attività delle istituzioni all’estero? Quale parte ebbero consoli, segretari dei Fasci, comitati di emigrati e benefattori nel finanziarle e promuoverle, e quanto contò l’architettura nel conquistare prestigio presso i paesi ospitanti?
- Progettare la nazione altrove. Chi affidava gli incarichi e attraverso quali reti professionali? Quali programmi funzionali, modelli e varianti ricorrevano, e quali linguaggi furono ritenuti adatti a rappresentare l’Italia? Quali margini di autonomia avevano i progettisti rispetto alle direttive del centro, e quanto pesavano committenti, maestranze e culture costruttive locali, quando il progetto nasceva lontano dal cantiere?
- Arti, simboli e programmi iconografici negli edifici. Chi ideava gli apparati decorativi – pittura murale, scultura, mosaico, arredi, epigrafi ed emblemi – e con quali contenuti? Come furono recepiti da chi frequentava quegli spazi? In quali condizioni lavorarono le artiste e gli artisti chiamati a operarvi, e quali confronti si aprono con i territori coloniali?
- Immagini in circolazione. In che modo gli organi di stampa per gli italiani all’estero – come Il Legionario –, le riviste di architettura, la fotografia, il cinema e le esposizioni costruirono e fecero circolare l’immagine dell’Italia? Quali figurazioni della nazione e dell’alterità vi presero forma? Quali modelli di femminilità e mascolinità e quali sguardi esotizzanti veicolarono, e con quale ricezione?
- Comunità, consenso e dissenso. Come furono effettivamente abitati quegli spazi, tra assistenza, istruzione e socialità? In che misura le collettività ne furono coautrici, e non solo destinatarie, appropriandosene, negoziandoli o contestandoli? Come reagirono le società ospitanti e l’antifascismo in esilio, e che cosa possono dirci le fonti orali e le memorie familiari?
- Spazi, genere e professioni. Come si distribuivano gli usi femminili e maschili delle Case e degli altri spazi della rappresentanza? Quale ruolo ebbero le organizzazioni femminili nell’insegnamento e nell’assistenza? Quali margini di formazione, committenza e carriera si aprirono, lontano dalla madrepatria, a donne architette, artiste ed educatrici? E in che misura quegli ambienti poterono farsi, per loro, spazi trasformativi?
- Eredità e riletture. Che cosa accadde agli edifici e ai loro apparati con la seconda guerra mondiale e dopo la caduta del regime, tra sequestri come beni nemici, vendite, demolizioni e riconversioni? Chi decide oggi come tutelarli, musealizzarli e raccontarli? In che modo le pratiche artistiche e culturali contemporanee ne rileggono l’eredità?
Sono benvenuti anche contributi di taglio comparativo sulle architetture del potere in Italia e nei territori coloniali, o su strategie analoghe di diplomazia culturale promosse da altri Stati nello stesso periodo.
Il workshop è organizzato dal Dipartimento Weddigen della Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la storia dell’arte a Roma.
Il bando è aperto a studiose e studiosi di ogni livello, con particolare attenzione a dottorande/i e ricercatrici/ricercatori a inizio carriera. Gli interventi avranno una durata di 20 minuti; le lingue di lavoro sono l’italiano e l’inglese.
Le proposte, in italiano o in inglese, vanno riunite in un unico file PDF e devono comprendere:
- un titolo e un riassunto esteso (1.000–1.500 parole);
- una breve nota sulle fonti e sulla bibliografia di riferimento (massimo 10 titoli);
- un profilo biografico (massimo 150 parole).
Il PDF va inviato a Maria Stella Di Trapani (mariastella.ditrapani@biblhertz.it) entro il 5 dicembre 2026. L’esito sarà comunicato entro il 15 dicembre 2026. È prevista la pubblicazione di una selezione dei contributi.
Il workshop mira a ridurre al minimo la propria impronta di carbonio e scoraggia, pertanto, i viaggi aerei. Sarà offerta la possibilità di partecipazione da remoto.
Scientific Organisation: Maria Stella Di Trapani (Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History, Weddigen Department), research unit Decolonizing Italian Visual and Material Culture: From Nation Building to Now.